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Mercoledì 22 Novembre 2017
Poveri di parole e perci PDF Stampa E-mail

Mafalda  \"date\" Giovedì 12 Giugno 2008           di Luciano Luciani

 

Gli Adolescenti di inizio millennio figli della periferia dell'impero

Sempre meno numerosi, sempre più silenziosi.

Un futuro da disoccupati davanti, un immaginario da figli della periferia dell’impero dentro, ampiamente colonizzato dalle sensibilità, dalle tendenze, dai gusti che nascono oltreoceano. 

 

Se oggi la maggioranza silenziosa degli adolescenti impazzisce per i palestrati decerebrati dei reality show, le minoranze arrabbiate, alternative e creative non trovano di meglio che rifarsi all’Hip-Hop (musica rap, break dance e graffiti metropolitani), un movimento nato in altre latitudini, in contesti diversi dal nostro, sotto altri soli: in un caso e nell’altro un’estrema povertà culturale, un provincialismo angusto, carente di idee originali, bassamente imitativo.

Cresciuti ad overdose di televisione, sala giochi e football, carne da discoteca o da curva sud, gli adolescenti ci appaiono ristretti in una sofferenza e solitudine quali non si erano mai date.

“Oggi il ragazzo è sempre più solo – ha scritto Ernesto Caffo, neuropsichiatra, responsabile del Telefono Azzurro, uno dei pochi esperti del misterioso pianeta adolescenziale – ha tanti aiuti e vantaggi economici, ma resta comunque solo.

L’unica possibilità che ha di comunicare è con il gruppo attraverso la musica e la TV. E così facendo viene regolarmente sfruttato in maniera competente e strutturata”. E quando se ne rende conto – perché presto o tardi accade – il suo disinganno verso la famiglia sociale, che l’ha prima illuso e poi deluso, è imprevedibile e devastante.

Appena raggiunta la maggiore età, se vota lo fa a destra; non si scandalizza a tingere i propri comportamenti di razzismo; pratica spesso e volentieri la violenza. Contro tutti e, sempre più di frequente, contro se stesso, tragicamente, quando si accorge che il suo faticoso processo di formazione non coincide con nessuno dei futuri promessi o fatti intuire.

Gli adolescenti non si indignano più, non protestano come i loro padri. Accettano la disillusione e si parcheggiano ai margini del mondo produttivo. Non si rivoltano, ma la società dovrà pagare caro in seguito, nei tempi medio-lunghi, l’inverno del loro scontento e non potrà mai più chiedere a queste generazioni un impegno alto, una scelta forte, un sacrificio, la partecipazione ad un progetto collettivo. 

Perdita di senso e male di vivere

Perdita di senso e male di vivere sembrano costituire oggi – sia pure con corpose eccezioni – la ‘cifra’ per interpretare la condizione comune diffusa tra gli “under venti”.

Eppure, non di rado, in questi ultimi due secoli, proprio i giovani hanno contribuito in maniera significativa e a volte decisiva alla storia e al progresso della società civile e politica di questo nostro Paese.

Si pensi alla generazione giacobina e napoleonica, a quella risorgimentale, ai “ragazzi del ‘99’ ”, alla partecipazione dei giovani alla Resistenza. Non si smemori neppure il ’68’ e i suoi dintorni, quel ‘bagliore di democrazia’ che ha fornito e continua a dare significato alla vita di tanti oggi appartenenti alla generazione dei padri maturi.

Poi, da allora, un silenzio compatto, livido proprio mentre si accentuavano, si perfezionavano e si facevano totalizzanti le forme del dominio e dello sfruttamento.

Non è questa la sede per un’analisi storica, politica, sociologica, antropologica intorno alla caduta delle tensioni ideali e morali degli ’under venti’ e circa il grave deficit di buone ragioni, di ragioni giuste – solidarietà, socialità, impegno – che segnano i giovani di questo cupo inizio secolo e millennio: degni figli, voluti e pianificati, di quel ‘nuovo Rinascimento’ vantato fino a pochissimi anni or sono da alcuni fin troppo noti tuttologi. Rampolli ‘replicanti’ di uno sviluppo distorto che è riuscito a perdere per strada perfino l’alfabeto, la scrittura, la parola, umiliando la scuola di massa – una delle conquiste sociali più importanti degli anni ’70 – e riducendola a luogo della sola riproduzione di un semianalfabetismo generalizzato.

Per loro, per gli adolescenti di questa società si può al più prevedere un futuro di poco “panem”, molti “circenses”, nessun potere. 

 

Poche o punte parole per dirlo

Crediamo di non essere troppo lontano dalla verità quando affermiamo che la marginalità, il disagio, la esclusione, la droga, la disoccupazione, che contraddistinguono tanta parte della condizione giovanile contemporanea trovano alimento anche nella mancanza dell’alfabeto, della scrittura, delle ‘parole per dirlo’, intese come strumento della relazione, dello scambio, della crescita civile e culturale, della partecipazione.

Non sono solo le cifre e i riscontri di ricerche ancora parziali, ma comunque tali da prefigurare inquietanti scenari possibili, a preoccupare: sono piuttosto le storie di ordinaria violenza metropolitana che punteggiano le nostre cronache, i segnali di una nuova barbarie diffusa e ‘normale’ che trovano sempre nella deprivazione culturale il loro ‘brodo di coltura’.

Non riusciamo ancora a quantificarlo in dati precisi. Eppure sentiamo, sappiamo che quando viene meno la capacità di leggere, di scrivere, la straordinaria carica liberatrice ed emancipatrice del libro, del giornale, dell’alfabeto, della scrittura, della parola allora si preparano davvero tempi bui. 

Sempre meno numerosi – abbiamo scritto all’inizio di queste riflessioni – sempre più silenziosi. Sempre più sconfitti perché progressivamente più poveri di alfabeto e di parole. E le parole sono importanti, addirittura decisive nell’inedita temperie storico/culturale di questo inizio di millennio.

L’aveva capito un autore come Stefano Benni, uno dei pochi ancora in grado di entrare in sintonia con settori importanti delle giovani generazioni quando nel suo romanzo più bello, Comici spaventati guerrieri, scriveva: “ Nostro compito Lucia è impedire che ci rubino le parole e magari nutrire le nuove. A nessuno verrà mai rubato il tesoro delle parole, della scrittura. Una delle poche libertà, si ricordi”. 

 

E, allora, che fare?

Che fare, allora, per restituire le parole agli adolescenti e gli adolescenti alla parole? Come recuperare i giovani e giovanissimi, oggi più che mai a rischio di un vero e proprio genocidio culturale, a un vero protagonismo e a una sensata partecipazione alla vita della loro comunità? Come contrastare il potere pervasivo della videocrazia imperante, della cultura consumistica o di quella sedicente alternativa? Quali le possibili buone pratiche in decisa controtendenza rispetto all’attuale idoleggiamento massivo della televisione? Quali le iniziative ‘virtuose’ che istituzioni e soggetti della società civile, scuola e associazionismo culturale potrebbero ragionevolmente proporre a questi cittadini in formazione?

Ampio il terreno della riflessione e, soprattutto, quello del fare. Un compito educativo importante spetterebbe naturalmente alla scuola, se questa istituzione, ancora oggi la più importante agenzia formativa presente nella nostra società, non apparisse ormai estenuata dalle disquisizioni cervellotiche di psicologi e pedagogisti, sfinita dalle chiacchiere teoriche e presuntuose di tanti sperimentatori improvvisati, appesantita dalla presenza di tanti, troppi docenti privi di qualsivoglia passione educativa.

Intanto, si potrebbe tornare a leggere e soprattutto a scrivere. Proprio a partire dalla scuola, ma non solo, favorire la moltiplicazione delle occasioni di scrittura. In prosa e/o in poesia; riflessioni esistenziali e racconti; versi e recensioni di libri, film, dischi e proposte sulla scuola, la famiglia,  la città, il mondo che i giovani vorrebbero e come fare per realizzarli… Mettere i giovani nelle condizioni di imparare a raccontare e raccontarsi: la narrazione, infatti, partecipa sempre agli altri qualcosa di proprio, stabilisce una relazione di scambio importante tra chi espone e chi legge. Nel raccontare si realizza continuamente una condivisione piccola o grande di sentimenti, emozioni, storie, un coinvolgimento reciproco. Ed è proprio nel narrare che si vince la solitudine e l’incomprensione, i grandi mali di chi oggi non arriva a vent’anni.

Non si può rimanere neutrali davanti a una storia ed è inevitabile un’identificazione con un personaggio o un evento. Un atteggiamento che si esprime di frequente in decisioni di vita, in accettazione o rifiuto di un certo ruolo, di un certo modello di comportamento: un atto che contrasta proprio quella passività che rappresenta un altro grande disagio diffuso tra i giovani dei nostri anni. A loro sarà poi necessario offrire la possibilità di divulgare i propri lavori, pubblicarli, confrontarli, discuterli in sedi adeguate, attente e critiche. In questo senso esistono già tante esperienze importanti e significative a livello locale e nazionale: iniziative talora modeste ma intelligenti e spesso capaci di realizzare l’ importante obbiettivo di inserire il cuneo della contraddizione rappresentato dalla scrittura, dal verso, dalla ‘parola giovane’ tra spot e sport.

Nel caotico, colorato, rumoroso scenario, metà mercato e metà azienda, cui i nuovi padroni vogliono oggi costringere il nostro Paese, il moltiplicarsi delle ‘penne under venti’ potrebbe rappresentare un motivo di speranza in più.