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\"date\"  Domenica 08 giugno 2008        di Immanuel Wallerstein

(Traduzione di Fabio Tarini, l'originale è reperibile all'indirizzo http://fbc.binghamton.edu/cmpg.htm

 

Tutti gli occhi sono puntati sulla campagna presidenziale americana, i cui candidati hanno assunto posizioni molto diverse sulla guerra in Iraq. Questo è il posto sbagliato da guardare. Credo che sia abbastanza certo che Barack Obama sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. E  la sua posizione sulla guerra in Iraq è quasi all’opposto di quella del suo rivale, John McCain.

 

Obama è stato contrario all’invasione USA fin dall'inizio. È convinto che continuare la guerra sia dannoso per tutti: per gli Stati Uniti, per Iraq, per il resto del mondo. E dice che cercherà di ritirare tutte le truppe americane in sedici mesi.

 

Una volta in carica, Obama senza dubbio troverà che la decisione di ritirare le truppe sarà soggetta a grande controversia negli Stati Uniti, e che raggiungere l’obiettivo sarà meno facile di quanto si aspetta, e non sarà solo una questione di politica interna degli Stati Uniti. Porre fine alla guerra in Iraq non dipenderà da Obama, o dagli Stati Uniti. La chiave per porre fine alla guerra in Iraq è ciò che accade nella politica irachena, non nella politica USA. Voglio azzardare la previsione che nel corso del 2009 (o al più tardi del 2010), diventerà Primo Ministro dell'Iraq Muqtada al-Sadr, e che al-Sadr porterà la guerra al termine. Ecco ciò che è più probabile che accada. Il mondo dei media ci ricorda ogni giorno quelle che sono ora considerate come spaccature permanenti nel corpo politico iracheno. Ci sono tre gruppi etnici principali: sciiti, sunniti arabi e curdi. Ciascuno di loro è principalmente situato in una zona geografica specifica. La principale eccezione è la capitale Baghdad, che ha popolazione mista sunnita-sciita, sebbene anche in questo caso siano geograficamente concentrati in parti specifiche della città.

 

Inoltre, come adesso tutti sembrano sapere, ciascuna di questi gruppi ha divisioni interne. Ci sono più partiti sciiti, che sembrano avere ciascuno una milizia a disposizione, e tengono in piedi antagonismi di lungo termine. I due principali sono il gruppo guidato da al-Sadr e quello, più noto come SCIRI, guidato da Abdul-Aziz al-Hakim. I sunniti hanno aree meno chiaramente definite. Ci sono gli sceicchi e gli ex-Baathisti, collegati con i vari membri dell’assemblea legislativa irachena. E vi è anche un piccolo ma importante gruppo di jihadisti, in gran parte non-iracheni, in qualche modo legati ad al-Qaeda. E, nella zona curda, ci sono due partiti in competizione, oltre alle minoranze cristiana e turkmena.

 

In realtà, questo tipo di assetto complicato non è più eterogeneo rispetto a quello che si trova in molti paesi al mondo. Si pensi a come si potrebbe descrivere la gamma di gruppi coinvolti nella politica americana. Quindi, se vogliamo capire che cosa è probabile che accada in Iraq, dobbiamo attraversare queste diversità per arrivare alla questione o alle questioni più rilevanti.

 

Mi sembra che il problema più rilevante oggi per gli iracheni in Iraq sia se l’Iraq sopravvivrà o meno come stato unitario e in grado di recuperare la sua posizione forte, dal punto di vista economico e geopolitico, nella regione. Chi è contrario a questo? In realtà, sono solo due i gruppi che sono fortemente ostili ad un nazionalismo iracheno rinnovato e rinvigorito - i curdi e le forze sciite guidati da al-Hakim. Questi ultimi, infatti,  sognano un Iraq meridionale autonomo e indipendente, che essi dominerebbero e all'interno del quale resterebbero ricche risorse petrolifere. Vogliono tagliare tutti i legami con le regioni sunnite. E vogliono indebolire seriamente il partito di al-Sadr, che è forte in quella regione ed è praticamente incontrastato a Baghdad. Se Baghdad fosse tagliata fuori da quella regione, il partito al-Hakim pensa di poter annientare il partito di al-Sadr.

 

I curdi naturalmente sognano uno stato indipendente curdo. Ma sono eminentemente pragmatici, sanno che uno stato curdo senza sbocco al mare avrebbe difficoltà a sopravvivere. La Turchia lo potrebbe invadere, e anche l’Iran. Gli Stati Uniti potrebbero fare molto poco, e resterebbero nell’imbarazzo. E Israele sarebbe irrilevante. Così i curdi sono chiaramente pronti ad accettare la prosecuzione dell’autonomia di fatto dentro un Iraq unificato. Per essere sicuri, stanno ancora litigando per il controllo di Kirkuk. Dubito che otterranno Kirkuk, ed ho il sospetto che non faranno molto più che protestare con forza.

 

Consideriamo ora gli altri. Anche le forze arabe sunnite sono, nel complesso, molto realistiche. Sanno che è impossibile tornare a un Iraq che esse governino unilateralmente. Quel che desiderano davvero adesso è una loro giusta quota della macchina politica dello stato e delle sue risorse (dato che la loro zona non ha praticamente petrolio, almeno per ora). Se non possono sperare di avere un l'Iraq a dominio sunnita, possono sperare di avere un Iraq ristabilito nel suo vecchio ruolo di primo piano nel mondo arabo, e sarebbero chiaramente avvantaggiati, individualmente e collettivamente, da una tale ritorno.

 

Così, alla fine, il gruppo chiave è quello degli sciiti. Muqtada al-Sadr è stato molto chiaro fin dall'inizio nel volere un Iraq unificato. Per un verso, questo è l'unico modo in cui suo popolo a Baghdad sia in grado di sopravvivere e prosperare. Per l’altro, egli crede nell’Iraq. Di sicuro, lui e i suoi seguaci hanno sofferto molto sotto i Baathisti. Ma è aperto a trattare con Baathisti riformati e molto indeboliti. E lo ha dimostrato chiaramente nel corso degli ultimi due anni. Ha dato sostegno morale al popolo di Falluja quando era sotto attacco da parte delle forze USA, due anni fa. E d essi hanno ricambiato nei recenti combattimenti a Baghdad, quando le sue forze erano sotto attacco da parte delle stesse forze americane.

 

Resta un giocatore di rilievo, il Grand Ayatollah Ali al-Sistani, il più importante leader spirituale degli sciiti in Iraq. Al-Sistani ha svolto un attento gioco politico sin dall’invasione USA. La sua priorità è stata quella di tenere uniti gli sciiti. La maggior parte delle volte non si pronuncia, ma nei momenti cruciali è pronto a intervenire. Quando il proconsole statunitense di ieri, L. Paul Bremer, ha voluto creare un governo iracheno, più o meno al suo volere, al-Sistani ha insistito per le elezioni, e gli Stati Uniti hanno dovuto cedere. Come risultato, ha ottenuto un governo dominato dagli sciiti. Quando tra i campi di al-Hakim e di al-Sadr sorgevano troppe ostilità, ha mediato per riportare la calma.

 

Che cosa vuole al-Sistani? Teologicamente, vuole che Najaf, il suo sito, diventi di nuovo il centro teologico del mondo religioso sciita, invece di Qom in Iran, che è venuto ad assumere questo ruolo, specialmente dopo la rivoluzione iraniana del 1979. Geopoliticamente, questo richiede un Iraq forte, in grado di relazionarsi con l’Iran alla pari. E per ottenere un Iraq forte, ha bisogno di un Iraq unito, e che essenzialmente mette fuori gli  Stati Uniti invasori.

 

Attualmente, gli Stati Uniti stanno cercando di ottenere dall'Iraq la firma di un accordo militare a lungo termine che garantisca basi USA a tempo indeterminato. L'attuale primo ministro iracheno, Nouri al-Maliki, sta cercando manovrare in questo senso, anche senza un voto del Parlamento. Muqtada al-Sadr chiede un referendum. E, a quanto pare, anche al-Sistani. Un referendum, naturalmente, garantirebbe la bocciatura  dell'accordo.

 

Così, nel 2009, sembrerebbe logico che al-Sadr, al-Sistani, i sunniti, e anche i curdi confluiranno verso una piattaforma di unità nazionale, con totale ritiro degli Stati Uniti e senza basi a lungo termine. Muqtada al-Sadr lavorerà in questo senso come primo ministro. Al-Hakim resterà scontento, ma sarà tenuto in linea da al-Sistani. Gli iraniani saranno ambivalenti. Esperti e sapienti americani resteranno sorpresi dalla relativa calma in Iraq. E il Presidente Obama e il Pentagono non avranno troppa scelta e daranno il loro grazioso consenso. E potranno anche proclamare "vittoria".

 

 Commentary No. 234 del 1 Giugno 2008. Traduzione di Fabio Tarini per la pubblicazione sulla rivista online “ScienzaePace”,  http://scienzaepace.unipi.it/. L'originale è reperibile all'indirizzo http://fbc.binghamton.edu/cmpg.htm. 

 

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