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Mercoledì 22 Novembre 2017
Le due facce di un anniversario PDF Stampa E-mail
coesistenza\"date\" Lunedì 19 Maggio 2008           di Giorgio Gallo
 
In questi giorni abbiamo avuto molteplici occasioni per ricordarci che quest'anno1 ricorre il 60º anniversario della proclamazione dello stato di Israele.

L'occasione più evidente dal punto di vista mediatico è stata la scelta di dedicare ad Israele la Fiera del Libro di Torino, con le aspre polemiche che ne sono seguite. La più recente è il viaggio del presidente Bush (il secondo in pochi mesi) in Israele. Un'occasione, quella dell'anniversario, per riaffermare il forte interesse della diplomazia americana per la soluzione del conflitto israelo-palestinese, nella speranza un accordo di pace possa fornire un motivo per ricordare in modo positivo una presidenza finora fallimentare su tutti i fronti.

Ma l'anniversario della creazione dello stato di Israele è anche l'anniversario della Nakba, Nakba, la “catastrofe”, come viene ricordata dai palestinesi. Quest'anno è stata ricordata con il lancio di 21.915 palloncini neri, uno per ciascuno dei giorni passati da quando i palestinesi sono stati cacciati dalla loro terra e dalle loro case, negli anni fra il 1947 ed il 1949. Si tratta di circa 750.000 persone provenienti dalle città palestinesi e dai circa 450 villaggi distrutti o comunque “ripuliti”2 dalle forze armate israeliane. Profughi che, costretti a lasciare tutti i loro beni hanno trovato riparo nei tanti campi profughi dei paesi arabi vicini, ed i cui discendenti, in parte, continuano a vivere dell'assistenza internazionale.

Le spesso aspre polemiche che si sono svolte a proposito della Fiera del Libro di Torino hanno ancora una volta mostrato la difficoltà, anche qui in Italia, a fare i conti con la storia. Le accuse di “antisemitismo”, a volte isteriche e quasi sempre strumentali, creano una cortina che impedisce qualsiasi sereno discorso non solo sul passato ma anche sull'oggi del conflitto israelo-palestinese. Si può parlare dei drammatici eventi che hanno portato alla costituzione dello Stato di Israele, e riconoscere il “peccato originale” che a tale nascita si accompagna, senza per questo auspicare la sua distruzione, né volerne negare il legittimo diritto ad esistere ed a essere riconosciuto dalla comunità internazionale. Anzi credo si debba sostenere che è proprio l'indisponibilità a fare i conti con la propria storia uno dei maggiori pericoli per la stessa sicurezza e sopravvivenza di Israele nel lungo termine.

È una storia quella delle vicende che hanno accompagnato la nascita di Israele con cui è certamente difficile fare i conti. Nel suo romanzo “Michael mio”, Amos Oz racconta di Annah che ad un certo punto si ricorda di due amici dell'infanzia, i gemelli Halil ed Aziz, due dei tanti palestinesi “scomparsi” nel 1948. Nell'ultimo capitolo Hannah immagina che i due ritornino per fare un attentato. “Li ho mandati io. Torneranno da me verso l'alba” dice Hannah dei due giovani che hanno appena compiuto l'attentato. È l'espressione dell'angoscia di un passato che, per quanto rimosso, continua a fare parte di noi e finirà per ritornare.

La retorica della guerra di indipendenza, come spesso in questi casi, è stata un eccellente strumento per rimuovere gli avvenimenti di sessanta anni fa. Ma con il passare del tempo, e con il lavoro degli storici nel raccogliere testimonianze, e soprattutto nello studiare i documenti che venivano resi disponibili dall'apertura degli archivi, è risultata sempre più evidente la portata di una operazione che, al di là degli abbellimenti lessicali, è stata nella sostanza una operazione di pulizia etnica. Un primo rilevante contributo da parte della storiografia israeliana alla comprensione delle dinamiche che hanno portato all'esodo dei palestinesi è stato dato da Benny Morris nel 1987. Nel suo “The birth of the Palestinian refugee problem, 1947-1949”, sulla base di documenti israeliani, Morris ricostruisce gli eventi che hanno portato alla distruzione3 di 369 villaggi arabi. Per ciascuno di essi vengono riportate le cause dell'esodo degli abitanti. Solo in rarissimi casi si parla di esodo volontario; nella grande maggioranza dei casi è stato l'esercito israeliano a costringere gli abitanti ad abbandonare le loro case4. In diversi casi con atti di atroce violenza (massacri ed anche stupri), che a noi italiani riportano alla memoria le atrocità di cui si sono macchiate le truppe tedesche in Italia nella seconda guerra mondiale. Morris esclude comunque che ci sia stata una pulizia etnica pianificata, attribuendo l'espulsione alle dinamiche tipiche di una guerra. In realtà, come osserva Norman Finkelstein5, c'è un evidente scarto fra la descrizione degli eventi, che, se non prova, per lo meno suggerisce l'esistenza di una pianificazione, e le un po' troppo consolatorie conclusioni di Morris. Successivamente in una nuova edizione del libro, nel 2004, Morris, pur senza cambiare nella sostanza le sue conclusioni, documenta ulteriori casi di espulsioni e di atrocità compiute dai militari israeliani, insieme a casi in cui l'evacuazione avvenne su suggerimento o ordine di dirigenti arabi. Ma la cosa più rilevante che emerge dalla nuova edizione è il ruolo che nella vicenda ebbero le idee sulla espulsione (“transfer”) della popolazione araba, che giravano fra dirigenti sionisti prima della guerra6. Le idee sul possibile ed auspicato “transfer” hanno creato quel clima che poi avrebbe portato i reparti israeliani ad operare in modo da renderlo un fatto. Più nette sono le conclusioni cui arriva lo storico israeliano Ilan Pappe7, che documenta un piano sistematico di “pulizia etnica” che viene portato avanti dalla leadership sionista a partire dal marzo 1948.

Dopo l'occupazione della Cisgiordania nel 1967 la pulizia etnica è ripresa, anche se in forma silenziosa e meno appariscente, attraverso gli insediamenti nei territori palestinesi, la ebraizzazione di Gerusalemme, e, più recentemente, il muro, il cui percorso è disegnato in modo da annettere ad Israele la massima estensione di terra palestinese con il minimo numero di arabi. Gli insediamenti, il cui sviluppo non si è mai interrotto, neppure durane il cosiddetto processo di pace di Oslo, hanno portato alla annessione di fatto di una rilevante porzione della Cisgiordania, e creato una situazione che da molti è stata definita di apartheid8. L'ebraizzazione di Gerusalemme è stata perseguita innanzitutto attraverso un sistema di insediamenti che la circonda, separandola quasi completamente dal resto della Cisgiordania. Ma anche attraverso strumenti di tipo amministrativo, quali il rifiuto di permessi edilizi agli arabi e le revoche dei permessi di residenza. Nell'aprile 1997, in un suo rapporto dal titolo “The quiet deportation”, l'organizzazione per i diritti umani israeliana B'Tselem denunciava la politica israeliana tendente, con lo strumento amministrativo della revoca della residenza, a deportare la popolazione palestinese di Gerusalemme.

Ha ragione l'editoriale con cui Haaretz accoglie la visita di Bushdi questi giorni, invitandolo a non restare inattivo ai bordi del campo mentre Israele “gioca con i fiammiferi”. I fiammiferi a cui si fa riferimento sono i crescenti insediamenti a Gerusalemme. “ La silenziosa annessione di parti dei quartieri arabi trasformerà un conflitto politico in un conflitto religioso, con il risultato di rendere impossibile una soluzione diplomatica”. La crescita degli insediamenti, non solo a Gerusalemme, che prosegue malgrado i negoziati in corso fra il governo di Israele e l'Autorità Nazionale Palestinese, è ben documentata in un recente rapporto di Peace Now9. Certamente l'amministrazione americana avrebbe gli strumenti per imporre una svolta al conflitto. Quello che manca è la volontà di usarli, ma soprattutto la visione politica e strategica necessaria per un intervento efficace. Ma non è solo Bush a stare inattivo ai lati del campo mentre Israele gioca con il fuoco. Lo stesso fanno i tanti presunti amici di Israele, dei quali abbiamo letto gli articoli e le dichiarazioni nei mesi passati. Non stanno certamente contribuendo a garantirne né la sicurezza né la sopravvivenza.



Note:

1La dichiarazione di indipendenza di Israele è stato proclamata da Ben Gurion il pomeriggio del 14 maggio 1948.

2Il termine “pulizia” è usato da Ben Gurion in una lettera inviata ad ufficiali dei reparti dell'Hagana (le forze armate sioniste che sarebbero diventate dopo la proclamazione dell'indipendenza le Forze di Difesa Israeliane): “la pulizia della Palestina rimaneva il primo obiettivo del Piano Dalet” (riportato nel libro di Ilan Pappe, “The Ethnic Cleansing of Palestine”, Oneworld Publications, 2006 p.128).

3In diversi casi i villaggi ormai disabitati e le case abbandonate nelle città sarebbero stati utilizzate per alloggiare immigranti ebrei.

4È significativo il fatto che dei 369 casi documentati da Morris, solo in 5 l'esodo sia stato dovuto a ordini venuti dalla dirigenza araba. In 218 a popolazione è stata scacciata dall'intervento diretto di forze sioniste. In molti dei rimanenti casi la fuga è stata motivata dalla paura spesso a seguito di massacri avvenuti nei villaggi vicini.

5Norman G. Finkelstein, “Image and Reality of the Israel-Palestine Conflict”, Verso, 1995.

6“Io sono a favore di un trasferimento forzato; non vedo in questo nulla di immorale” così si esprimeva David Ben Gurion in una riunione dell'Esecutivo dell'Agenzia Ebraica, nel Giugno 1938 (riportata da Ilan Pappe, opera citata).

7Ilan Pappe, opera citata (la traduzione italiana è stata pubblicata da Fazi Editore nel 2006).

8È il termine usato da Jimmy Carter nel suo libro “Palestine: Peace not Apartheid”, Simon & Schuster, 2006.

9http://www.peacenow.org.il/site/en/peace.asp?pi=51