II (2011), 2 PDF Stampa E-mail

 

Focus 2/2011 - La militarizzazione del territorio italiano


Il nodo strategico di Sigonella

«Interventi» in Africa e nuove tecnologie militari


di Antonio Mazzeo


Dal 1973 è una delle stazioni aeronavali chiave per gli interventi militari USA in Europa orientale, Africa, Medio Oriente e sud-est asiatico ed una delle infrastrutture estere che ha assorbito i maggiori investimenti da parte del Pentagono (poco meno di un miliardo di dollari negli ultimi 15 anni). Si tratta di Sigonella, la grande base dell’US Navy che sorge nella piana di Catania, oggi trampolino di lancio degli attacchi della coalizione internazionale a guida NATO contro le forze armate libiche fedeli a Gheddafi. Congiuntamente ad un’altra base siciliana (Trapani-Birgi), Sigonella sta funzionando da vero e proprio hub per la movimentazione di uomini, mezzi e sistemi d’arma destinati allo scacchiere di guerra libico. Vi operano in particolare gli aerei senza pilota UAV MQ-1 Predator che il Pentagono sta utilizzando per bombardare (...)



Quirra. Dall’oblio alle indagini della Procura


di Walter Falgio


Oggi, di Quirra e dei tumori della gente che ci abita, ne parlano tutti. Il caso del poligono interforze che imbriglia ed inquina una grande fetta di Sardegna, e uno spazio sterminato di mare, è diventato finalmente una notizia da prima pagina. Almeno tre fattori determinanti hanno consentito che la consapevolezza del problema militare assumesse una portata collettiva, fino a suscitare un’inchiesta da parte della Procura della Repubblica. Il primo è costituito dalla nuova lotta antimilitarista in Sardegna, capace di riaprire un dibattito pubblico sulla presenza bellica nell’isola, di ricostruire un movimento e di attivare una circolazione delle informazioni dal basso come forse mai accaduto prima. Il secondo fattore è il coraggio di un medico, Antonio Pili, dal 1997 al 2002 sindaco di Villaputzu (...).



Radar anti-migranti ad altissimo impatto ambientale

La nuova militarizzazione in corso sulle coste italiane


di Antonio Mazzeo


Cortei, sit-in, presidi permanenti, assemblee popolari, interrogazioni regionali e parlamentari, petizioni popolari, esposti e ricorsi al Tar. Cresce la protesta di cittadini e associazioni ambientaliste contro l’installazione in alcune riserve naturali di Puglia, Sardegna e Sicilia dei famigerati radar anti-migranti EL/M-2226 ACSR prodotti dall’azienda israeliana Elta System. I potenti sensori sono stati acquistati dalla Guardia di Finanza grazie alle risorse del Fondo europeo per le frontiere esterne, programma quadro 2007-08 contro i flussi migratori, e costituiranno l’ossatura della nuova Rete di sensori radar di profondità per la sorveglianza costiera che sarà integrata al sistema di comando, controllo, comunicazioni, computer ed informazioni della forza armata per individuare e respingere le imbarcazioni di migranti di piccole dimensioni. Un affare di varie decine di milioni (...)


 


Obiettivo mondo


La rivolta in Siria: risvolti interni e regionali


di Arturo Marzano


Lo scorso venerdì, come da circa due mesi e mezzo a questa parte, il popolo siriano ha nuovamente dato prova di immenso coraggio, scendendo in piazza a sfidare la repressione brutale dell’esercito e dell’apparato di sicurezza governativo. I morti sono stati fino ad oggi più di mille e le persone incarcerate più di diecimila. Tolta la guerra civile che sta martoriando la Libia, si tratta della rivolta araba di questo rivoluzionario 2011 con il più alto numero di morti e feriti. Le cifre esatte, così come i dettagli sulla situazione dei detenuti, purtroppo mancano e le notizie sono frammentarie, dal momento che i giornalisti stranieri sono stati banditi, quelli siriani che provavano a dare un’informazione indipendente sono stati arrestati o messi a tacere, i social network come facebook - il cui utilizzo era stato consentito dalle autorità soltanto ai primi di febbraio - sono costantemente controllati, e i rapporti delle organizzazioni per i diritti umani siriane escono con estrema difficoltà dal paese. (...).


 

 

Ambiente e modelli di sviluppo


Chiudere l'era nucleare e riparare ai suoi disastri


di Angelo Baracca


In via preliminare ad una più ampia discussione sul nucleare, ritengo utile affrontare innanzitutto il problema dell’Italia, che costituisce da tutti i punti di vista un caso peculiare nello scenario internazionale. Occorre in primo luogo sfatare un luogo comune secondo cui il nostro paese non è in grado di coprire il proprio fabbisogno di elettricità, tant’è vero – si ricorda spesso – che deve importarla dalla Francia, che la produce a costi minori proprio grazie al nucleare. L’Italia invece ha una potenza installata (circa 100.000 MW) quasi doppia della domanda (quella massima circa 55.000 MW, sensibilmente diminuita negli ultimi anni): la sovrapotenza di gran lunga più alta di tutti i paesi europei. Malgrado questo, negli ultimi 10 anni sono stati installati ben 22.000 MW di nuova potenza elettrica, equivalenti a 12 reattori nucleari EPR ovvero a 22 reattori AP-1000 (...).



La difficile lezione di Fukushima


di Fabio Fineschi


L’incidente nucleare di Fukushima è un fatto indiscutibile, di una drammaticità sconvolgente, nel quadro spaventoso del disastro che le forze della natura hanno scatenato intorno alla centrale e che ha provocato ed aggravato l’evoluzione incidentale. Quanto successo irrompe nell’eterno dibattito sul nucleare: gli effetti sulla popolazione non sono stati irrilevanti come a Three Mile Island (USA) nel 1979, i reattori non sono stati costruiti e gestiti fuori dai criteri di sicurezza occidentali come a Chernobyl (URSS) nel 1986. Stiamo parlando della migliore tecnologia nucleare, sia pure datata anni ‘70, adottata da uno dei Paesi meglio organizzati al mondo. La centrale ha resistito ben oltre le attese: i limiti di progetto a terremoto e maremoto, che pure erano stati ipotizzati (...)


 


Guerre e conflitti


Palestina: quali prospettive dopo l'accordo tra Fatah e Hamas?


di Giorgio Gallo


Quando, il 17 dicembre dello scorso anno, il venditore ambulante tunisino Mohamed Bouazizi si diede fuoco nessuno avrebbe immaginato la serie di effetti a cascata che questo gesto disperato di protesta avrebbe innescato. Meno di un mese dopo il presidente-dittatore Zine el-Abidine Ben Ali sarebbe stato costretto a lasciare il paese. E subito dopo l'incendio raggiungeva l'Egitto. Il 25 gennaio 2011 i giovani egiziani scendevano nelle strade del Cairo, iniziando una rivolta che in meno di tre settimane ha costretto un altro presidente-dittatore, Hosni Mubarak, a lasciare il potere. Una rivolta che avrà conseguenze di ben maggiore portata di quella tunisina, e questo per il ruolo chiave svolto dal Cairo in Medio Oriente e, in particolare, nei rapporti con Israele. Non a caso, Israele è stato il primo paese a preoccuparsi per il cambio di regime, e il primo a correre in aiuto a Mubarak. Già il 29 gennaio il Ministero degli Esteri israeliano inviava disposizioni a diversi suoi ambasciatori perché cercassero di sensibilizzare i rispettivi governi (...)


 


Leggere i conflitti contemporanei per costruire una società alternativa

Una conversazione con Giuliano Pontara


di Federico Oliveri


Il 2011 è iniziato nel segno delle rivolte nel mondo arabo. In Tunisia e in Egitto le proteste sono riuscite in tempi abbastanza rapidi a sostituire i governi in carica avviando una faticosa stagione di riforme in nome di maggiore libertà. In altri paesi, come la Siria, lo Yemen e il Bahrein, le rivolte popolari non hanno ancora trovato sbocco politico, anzi sono oggetto di repressione. In Libia la situazione è precipitata in un conflitto armato tra fazioni pro e contro Gheddafi, queste ultime protette militarmente dalle potenze occidentali. Qual è la natura di questi movimenti di rivolta dall’esito così diverso?


È ancora troppo presto per rispondere con sicurezza a queste domande. Siamo quotidianamente esposti a notizie contraddittorie, non sempre verificabili da chi, come me, non è stato in loco. Le valutazioni cambiano a seconda di quello che ciascuno di noi (...)



10 years after 9/11: Reconsidering dangerous assumptions through the Arab Revolutions


by Valentina Bartolucci


The September 11, 2001 events brought with their sorrow also a drastic reconfiguration of international security's top priorities. In the aftermath of the September 11 events the new global enemy was Islamist terrorism, Arab countries were its natural stronghold, and Muslims quickly became the 'risk-group' to be kept under control. The only possible answer to the 'devil of terrorism' was violence and the 'western' victory against it was an absolute certitude. In a very short amount of time, terrorism came to be seen as the greatest existential threat humanity was facing, Islamist terrorism was the 'new Antichrist', and America the nation that once again would have saved our freedoms and us all (in the 'west'). A (partially) new discourse was recreated in the aftermath of the events – a discourse that soon dictated its deployment virtually everywhere in the world. The extent of the hegemonic power of the discourse on terrorism can be assessed (...)


 

 

Armi e disarmo


Cluster bombs: dall’impiego alla messa al bando


di Nicola Cufaro Petroni


Le bombe a grappolo (cluster munition, o anche cluster bomb) sono ordigni esplosivi che spargono altri ordigni più piccoli (bomblet o sub-munition, bombette o sub-munizioni) progettati in genere per colpire persone o veicoli nemici. Altre armi della stessa classe possono essere invece predisposte per rendere inutilizzabili piste d’atterraggio, linee elettriche, o anche per disperdere armi chimiche o biologiche. Al di là di un giudizio sul loro uso strettamente militare, i danni provocati alle popolazioni civili durante, e soprattutto dopo, un attacco sono enormi a causa della disseminazione di numerosi ordigni inesplosi su vaste aree. Durante l’attacco queste armi producono effetti indiscriminati se usate in aree popolate, ma l’aspetto forse più grave è che le bomblet inesplose, al pari delle mine anti-persona, continuano poi a uccidere e mutilare civili per lungo tempo (...).



L’export di armi italiano: un’analisi del Rapporto 2010


di Francesco Mancuso


Secondo quanto previsto dalla legge 185/90, il 1° aprile 2011 è stato presentato il rapporto sull’export di armi italiano per il 2010. Nell’anno appena trascorso il Ministero degli Affari Esteri ha rilasciato 2.210 autorizzazioni all’esportazione di materiali d’armamento per un valore complessivo di 2.906.288.705,85€, a fronte dei 4.914.056,83€ del 2009, segnando una contrazione su base annua del 40,86%. A rendere ancora più negativo il dato, vi è la crescita (+61,32%) registrata nel 2009. Una forte contrazione si registra anche nelle autorizzazioni alle esportazioni legate ai programmi intergovernativi, che passano da 1.820.702,61 di euro nel 2009 a 345.430.573,38 di euro nel 2010. Il minor livello di autorizzazioni va attribuito, secondo il rapporto, alla progressiva conclusione di alcuni programmi europei di cooperazione e al minor numero di commesse internazionali (...)


 

 

Mediazione e nonviolenza


La Oxford International Enciclopedia of Peace e il corso di laurea in «Scienze per la Pace»


di Antonino Drago


Vorrei discutere del nostro corso di laurea in «Scienze per la Pace» prendendo spunto dall’uscita della Oxford International Encyclopedia of Peace, pubblicata nel 2010 dalla Oxford University Press sotto la direzione scientifica di Nigel Young, noto ricercatore della pace, membro della International Peace Research Association di Johan Galtung, già distintosi per un importante studio comparativo sul movimento della pace nei vari paesi del mondo. Si tratta di un’enciclopedia in quattro volumi, disponibile per consultazione a Pisa presso la biblioteca della Scuola Normale Superiore. In passato erano già uscite altre enciclopedie sui temi della pace e del conflitto. Ricordo in particolare l’Encycloopedia of Violence, Peace and Conflict in tre volumi, curata da Lester Kurtz (Academic Press, Londra, 1999, disponibile a Pisa presso la biblioteca di Filosofia), l’Enciclopedia de paz y conflictos (...)


 

 

Letture


U. Mattei, E. Reviglio, S. Rodotà (a cura di), Invertire la rotta. Idee per una riforma della proprietà pubblica, Il Mulino, Bologna, 2007.


U. Mattei, E. Reviglio, S. Rodotà (a cura di), I beni pubblici. Dal governo democratico dell’economia alla riforma del codice civile, Accademia Nazionale dei Lincei, 2010.


di Enza Pellecchia


Si tratta di due libri complessi e ad alto contenuto tecnico-specialistico, ma al tempo stesso straordinariamente avvincenti, dedicati ad un tema di grande interesse e attualità. Ripensare la proprietà pubblica significa, infatti, porre una questione politica cruciale: come organizzare e utilizzare al meglio, nell’interesse della collettività, i beni e i servizi che meritano la qualifica di beni e servizi pubblici dal momento che costituiscono delle risorse appartenenti a tutti noi, in quanto contribuenti, cittadini, esseri umani. Da un certo punto di vista non è esagerato affermare che un ripensamento della proprietà pubblica (e del patrimonio pubblico in generale) coincide con un ripensamento della natura stessa dello Stato: ridiscutere i fondamenti economici della gestione della res publica significa affrontare la questione cruciale degli ambiti e degli spazi che si vogliono riservare alla sfera pubblica rispetto a quella privata nell’organizzazione di una moderna società sovrana. Attraverso le regole giuridiche in materia di beni pubblici si affronta infatti un nodo politico: le risorse (...)

 



Stéphane Hessel, Indignatevi!, add editore, Torino, 2011.


di Giorgio Montagnoli


Un testo minuscolo, di solo trenta paginette, scritte come un’invettiva da un vecchio partecipante alla resistenza francese, di novantatré anni, che solo nelle righe finali rivela di che cosa ci si dovrebbe indignare: dell’ingiustizia, caratteristica tipica dei regimi dittatoriali, eppure mai scomparsa neanche dopo la vittoria dei resistenti contro di loro. Per questo «continuiamo a invocare una vera e propria insurrezione pacifica contro i mass media, che ai nostri giovani come unico orizzonte propongono il consumismo di massa, il disprezzo dei più deboli e della cultura, l’amnesia generalizzata e la competizione ad oltranza di tutti contro tutti». Hessel costruisce un vero e proprio monumento alla resistenza: «A quelli e quelle che faranno il XXI secolo diciamo con affetto creare è resistere/resistere è creare». La resistenza è un processo senza fine. Spesso la si considera completata quando si è formato un nuovo gruppo di potere capace di soppiantare l’avversario e di passare a dominare al suo posto, una volta che i rapporti di forza siano cambiati. A meno che la resistenza non sia avvenuta in termini di nonviolenza, avviandosi veramente sul cammino della pace, in modo da produrre effettiva riconciliazione ed emancipazione per tutte e per tutti. La strada che dobbiamo imparare a percorrere è proprio la nonviolenza: non sfugga il fatto che l’insurrezione invocata dall’autore sia pacifica, e che l’invito ai giovani è gridato con affetto. (...).