VI (2015), 2 PDF Stampa E-mail


Armi e disarmo

 

6 agosto. Il rischio atomico a 70 anni da Hiroshima


di Alessandro Pascolini


Il commosso ricordo che si rinnova di anno in anno della distruzione atomica di Hiroshima e della strage dei suoi abitanti segna in realtà il fallimento della comunità internazionale a risolvere il problema delle armi nucleari; in 70 anni non si è riusciti non solo a eliminarle, ma neppure a definire una convenzione internazionale che ne proibisca l’uso e tanto meno a bloccarne lo sviluppo e la proliferazione. Dal 1945 in poi hanno via via creato arsenali nucleari Stati Uniti, Unione Sovietica, Regno Unito, Francia, Cina, Israele, India, Pakistan, Sud Africa e Corea del Nord e solo il Sud Africa è ritornato sui suoi passi. E la diversificazione delle armi nucleari e il loro numero sono cresciuti fino a raggiungere quasi 70 000 armi nei primi anni 80, un numero mostruoso e assolutamente privo alcun senso politico e militare. Le proteste di massa e il buon senso di Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov hanno portato a un processo di (...)



Focus: La prima guerra mondiale e le scienze per la pace


Jean Jaurès all'alba della Grande Guerra

Speranza e utopia di una politica estera e di difesa improntata alla pace


di Ettore Bucci


Il vibrante appello contro la guerra di Jean Jaurès costituisce non solo l'eredità politica che il padre della Section Française de l'International Ouvrière lascia ai socialisti, ma anche un fremente messaggio rotto dal precipitare degli eventi. L'Armèe Nouvelle, la vigorosa opposizione della SFIO alla “loi de trois ans”, la riflessione sulle guerre balcaniche, sulla diplomazia, sull'imperialismo colonialista, sull'Internazionale: il ruolo del deputato di Tarn unisce nell'analisi delle vicende storiche la democrazia francese al pensiero al movimento socialista. A un secolo dallo scoppio della Grande Guerra e dall'omicidio del fondatore della SFIO, la Fondation Jean Jaurès ha raccolto riflessioni che consentono una disamina ampia del suo pensiero. Liberté ed égalité poggiano sul patriottismo repubblicano della défense nationale o su un più laborioso ordine internazionale improntato al disarmo? Il saggio intende... [vai al Research Paper n. 32].



Dalla peggiore politica mondiale ai popoli che tornano padroni della storia

Alcune riflessioni teoriche a partire dalla Grande guerra


di Antonino Drago


A poco più di cento anni dall'inizio della Prima guerra mondiale, una delle domande che viene in mente per spiegare le ragioni profonde, le dinamiche, gli esiti e il senso di quegli eventi, è perché i due principali attori politici popolari del tempo, ovvero il movimento socialista da una parte e il movimento cristiano-cattolico dall'altro, siano caduti in quel terribile conflitto, all'interno del quale forse per la prima volta nella storia umana è mancato ogni limite e ogni controllo sull'uso della forza armata. Riflettendo su questo punto, ritengo si possano ricavare alcune lezioni sul tipo di organizzazione e di sviluppo politico che dovrebbero essere promossi per evitare nuove guerre: promuovere con decisione una politica auto-gestionaria e un modello di sviluppo non più guidato da scienza e tecnologia concepiti come un blocco unitario e monolitico, senza alternative interne e senza significative interazioni con gli altri campi del sapere umano. (...).


 

Montale nella prima guerra mondiale: ricordi di un anti-interventista


di Paola Puppo


All’opposto di Ungaretti, noto interventista, Montale, schivo e mite per carattere, si trovò alla terza visita militare, avvenuta il 13 agosto del ’17 (quindi a guerra già iniziata), ad essere dichiarato abile e conseguentemente ad essere arruolato nel 23° Reggimento Fanteria di stanza a Novara. Ultimogenito di cinque figli, fin da piccolo si era rivelato gracile e di temperamento riservato. Dalla corrispondenza che la sorella Marianna (la quartogenita) teneva con l’amica Ida sappiamo che il primo ad essere richiamato fu Ugo, che partì il 17 Maggio 1915 per il distaccamento di Novi. Nella lettera datata 14 Maggio 1915, Marianna fa una disamina degli eventi succedutisi in quei giorni frenetici: Giolitti neutralista, Salandra che impone al re due vie: o la mobilitazione o le dimissioni del Gabinetto e sembra che il re abbia ... [leggi il Research Paper n. 31/2015].



Guerre e conflitti


L'Italia: l'alleato sconosciuto dell'Operazione Condor


di Vito Ruggiero


È del primo gennaio di quest'anno la notizia che riportava l'inizio dei processi italiani all'Operazione Condor, l'accordo di intelligence tra gli stati del Cono Sur dell'America Latina – composto da Brasile, Bolivia, Perù, Uruguay, Paraguay, Cile e Argentina – messo in atto negli anni Settanta, con la collaborazione della CIA. L'obiettivo era l'eliminazione sistematica delle persone ritenute “sovversive” dai regimi militari instauratisi dopo i vari colpi di stato. Anche l'Italia, dopo quasi quaranta anni, proverà a dare giustizia alle decine di uomini e donne di origine italiana precipitati nell'abisso dei sequestri e delle sparizioni. Nel nostro paese il tema dell'Operazione Condor risolta tutt'ora piuttosto sconosciuto. Tale carenza acquisisce maggiore importanza se si considera che uno dei delitti eccellenti di tale operazione criminale, la cui vittima fu il democristiano cileno (...)



Letture

James Dingley, The IRA: The Irish Republican Army, Praeger, Santa Barbara, Ca, 2012.


di Marcello Mollica


The IRA: The Irish Republican Army is an interesting book, not least because it attempts a sociological as well as an historical and political analysis of the terrorist group that probably led the world in modern terrorism. This, naturally, will cause some controversy precisely because it attempts to analyse rather than just provide a narrative account of the IRA. As such it suggests a slightly older style than post-modernists or politically correct academics would appreciate and certainly places it in the ‘revisionist’ camp of Irish studies that tries to critically analyse the movement by applying a scientific method, in alternative to anti-revisionists who oppose ‘scientific’ Irish studies and try to maintain the traditional nationalist narrative (Brady 1995; Boyce & O’Day 1996). This research is also rooted in classical sociology (references to Durkheim, Berlin and Gellner are important markers), which represents a relative novelty in Irish or security studies, too often bereft of good and theoretically solid social analysis. At the same time, there is also a strong undertone of Marxism in the analysis, as Dingley explores the socio-structural role of economics in conjunction to that of religion, as well as the religious origins of the activists. Against this background, the author also draws a clear cut distinction between the Provisional IRA (PIRA, effectively becoming the IRA the world knows only with Gerry Adams and Martin McGuiness) with a very traditional Catholic mind-set, and the Official IRA (which called off armed struggle as sectarian very early on and became the Workers Party) whose members were Marxist and tried to address major socio-economic and class issues. There is an important lesson here for the Left: anti-state movements not necessarily need be ideologically progressive. As a result, an independent Republic of Ireland rapidly became one of the most Catholic and reactionary states in Western Europe. This takes the reader to the core of Dingley’s argument: the IRA (...)