V (2014), 3 PDF Stampa E-mail


Mediazione e nonviolenza


Modelli monologici e dialogici: un’introduzione allo studio dei processi comunicativi e della comunicazione interculturale


di Daria Coppola


After clearing the ground of some theoretical prejudices that weigh on the study of communicative processes, this paper examines critically and in detail the main models of communication and the relative theories, proposing a distinction between two different classes of models: monological and dialogical. Particular attention is paid to the latter, in that they discourage a utilitaristic, manipulatory and ethnocentric use of communication, thus meeting the ethical requirements of nonviolent communication as well as the objectives of intercultural communication that aim at the development of complex and “plural” identities, capable of integrating diversity creatively. [Leggi il Research Paper n. 25/2014].

 



Armi e disarmo


Il disarmo chimico della Repubblica Araba Siriana


di Alessandro Pascolini


Il 18 agosto 2014 l’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) ha annunciato la completa distruzione delle armi chimiche della Repubblica Araba Siriana (RAS). Nel tragico panorama del 2014, segnato dall’aggravarsi delle relazioni internazionali in tutti i settori e dal divampare o acutizzarsi di conflitti armati in troppi paesi, il disarmo chimico della Siria rimane l’unica nota positiva. Questo risultato non era assolutamente scontato, vista l’ambizione e complessità del programma, la sanguinosa guerra civile in corso nel paese e le tensioni fra USA e Russia. Il merito del disarmo chimico della Siria in tempi estremamente rapidi va al continuo impegno della comunità internazionale e alla tenacia e competenza dell’OPCW e del segretariato generale dell’ONU, in particolare di Sigrid Kaag, coordinatore speciale della (...)



Ritratti


Marco della Pina


A poche settimane dalla sua scomparsa, la rivista Scienza e Pace apre uno spazio pubblico per ricordare Marco della Pina, membro lucidissimo e instancabile della propria redazione. Chiunque abbia conosciuto Marco della Pina, e voglia ricordarlo, può inviare il suo contributo alla posta elettronica della rivista. La redazione, da parte sua, lo vuole ricordare ripubblicando qui il suo ultimo lavoro per la rivista: l'introduzione al Focus 1/2013 intitolato "Ripensare l'immigrazione dopo le stragi di Lampedusa".



Immigrazione, dopo la strage di Lampedusa


di Marco Della Pina



Quella che vorremmo raccontare qui è una storia “giovane”, che ha soltanto 22 anni. È la storia dell’immigrazione in Italia, osservata dentro un quadro cronologico segnato da due eventi drammatici e simbolici: i giorni dell’agosto 1991 nel porto di Bari, con il più grande respingimento di immigrati nella storia italiana ed europea, ed il 3 ottobre 2013 davanti a Lampedusa, con centinaia di profughi in fuga da guerre e dittature morti annegati, e con i superstiti denunciati per il reato di clandestinità. Nel 1991 l’Italia era appena all’inizio della sua trasformazione da paese d’emigrazione in paese d’immigrazione. La presenza straniera, fino ad allora confinata in alcune élites occidentali, si stava arricchendo di nuove provenienze e professioni, di donne e uomini provenienti dall’est europeo e dal sud del mondo, attratti da un più dinamico mondo del lavoro industriale nel Nord-est, dai nuovi settori del lavoro domestico nelle grandi città, dalla veloce crescita del lavoro (...)



Educatore fino alla fine


di Giorgio Gallo


Questo scritto vuole essere solamente un breve ricordo di Marco Della Pina così come io l'ho conosciuto in questi anni. Quello che mi ha messo in contatto con Marco è stato il Corso di Laurea in Scienze per la Pace al quale Marco ha dedicato tanto del suo impegno e del suo tempo nell'ultima decina di anni. Andando indietro nella mia agenda ho trovato segnato il nostro primo incontro: era il 15 maggio 2003. Ricordo che allora cercavamo di ampliare il gruppo di docenti del nostro corso, cercando di coinvolgere colleghi che fossero bravi e motivati. Ricordo poco di questo primo incontro: Marco era una persona molto modesta, non cercava di mettersi in mostra e parlava poco di se stesso. La nostra amicizia si è sviluppata lentamente, è stata una scoperta che ha richiesto un po' di tempo. Ma dopo pochi anni era già diventata molto forte (...)



Focus: La prima guerra mondiale e le scienze per la pace


La tregua di Natale del 1914 sul fronte anglo-tedesco nelle Fiadre


di Giorgio Giannini


La Prima Guerra Mondiale scoppia, come noto, tra la fine di luglio e l'inizio di agosto del 1914: due mesi dopo l’uccisione a Sarajevo dell’Arciduca Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero Asburgico. Nel conflitto sono impiegate in larga scala nuove armi micidiali, come le mitragliatrici, i cannoni con potenti proiettili esplosivi, i carri armati e gli aerei. Come conseguenza, i combattimenti già nei primi mesi di guerra causano decine di migliaia di morti, molti dei quali giacciono insepolti nella “terra di nessuno”, tra le trincee degli opposti schieramenti: nessuno li recupera per paura della reazione nemica. La visione dei corpi in putrefazione è uno spettacolo orribile che fa meditare sull’assurdità della guerra gli animi sensibili dei soldati degli opposti schieramenti. Anche il nuovo Papa Benedetto XV, Giacomo Della Porta, nel suo primo discorso all’inizio di (...)


 

Mediazione e nonviolenza


Matematica tra guerra e pace


di Giorgio Gallo


Il rapporto fra matematica, guerra e pace è sempre stato molto forte. Già Platone riteneva la matematica necessaria al guerriero “se egli vuole capire qualcosa di tattica”. Ma è a partire dalla metà del XVII secolo, prima con il calcolo balistico e più recentemente con la nascita della Ricerca Operativa e della Teoria dei Giochi, che la matematica diventa una componente essenziale nella pianificazione e gestione delle operazioni militari. In questo articolo, senza ignorare i contributi della matematica alla guerra, vogliamo però mettere in luce gli importanti contributi della matematica alla pace, sia attraverso la storia di alcuni matematici che hanno significativamente contribuito alla nascita dei Peace Studies, sia evidenziando il contributo che alla cultura della pace la matematica in sé può dare. [Leggi il Research Paper n. 23 ].



Obiettivo mondo


La crisi economica e politica del Venezuela nel 2014


di Eduardo Andrés Sandoval Forero


Negli ultimi quindici anni si sono verificati rilevanti mutamenti politici nell’America del Sud. Sono sorti parlamenti e governi che si sono autoproclamati di “sinistra” giacché hanno sbandierato politiche sociali che si opponevano al modello neo-liberale e al dominio degli Stati Uniti. Questa “rottura” ha fatto sì che quei governi, amministratori, partiti e movimenti siano stati definiti “progressisti” o, meglio ancora, “rivoluzionari pacifisti” essendo arrivati al potere attraverso il sistema elettorale e perché hanno tracciato nuovi cammini e marcato distanze politiche e ideologiche dalla sinistra classica latinoamericana. Tanto che le dichiarazioni d’insediamento dei Presidenti di Venezuela, Ecuador, Perù, Paraguay, Argentina, Brasile e Bolivia avevano al centro, con differenti sfumature, la contestazione del modello neo-liberale capitalista. Ma in quei paesi, con l’eccezione del Venezuela ... [Leggi il Research Paper n. 24/2014].


 

 

Tunisia: riflessioni sulle prime elezioni dopo la cacciata di Ben Ali


di Sara Palli e Moez Chamkhi


Il nuovo presidente tunisino Béji Caïd Essebsi, 88 anni, la mattina del 31 dicembre 2014 ha prestato giuramento davanti all’assemblea dei rappresentanti del popolo a Tunisi. Nel discorso di insediamento ha promesso “di essere il presidente di tutti i tunisini e le tunisine”, appellandosi “al consenso tra i partiti politici e la società civile”, poiché ha affermato che “non c’è futuro per la Tunisia senza riconciliazione nazionale”. Essebsi era risultato vincitore al secondo turno delle elezioni presidenziali, svoltesi lo scorso 21 dicembre, riportando il 55,68% dei voti contro il 44,32% del rivale Moncef Marzouki. Le prime elezioni parlamentari dalla cacciata del dittatore Ben Ali si erano tenute soltanto il 26 ottobre scorso. Il notevole ritardo con cui sono avvenute è indice di per sé della preparazione travagliata di questo tappa fondamentale per la storia della Tunisia. Inizialmente i lavori dell’Assemblea Costituente (...)



Letture


Michel Senellart, Machiavellismo e ragion di stato, Ombre Corte, Verona, 2014.


di Francesco Biagi


Che cosa significa Ragion di Stato? Che cos'è il cosiddetto machiavellismo? E ancora: che cosa resta di autentico nel Machiavelli studiato attraverso la lente d'ingrandimento del machiavellismo? Il volume di Michel Senellart – tradotto e curato da Lorenzo Coccoli – intitolato Machiavellismo e ragion di Stato offre dei percorsi possibili per liberare dai luoghi comuni il pensiero politico dell'acuto segretario fiorentino, giungendo a ricostruire in maniera ordinata la vasta e articolata speculazione filosofico-politica che si è intrecciata, negli ultimi cinque secoli, intorno alla Stato e alle ragioni della sua conservazione. Come Karl Marx si dissociò da chi voleva ipostatizzare il suo pensiero nel marxismo, possiamo fin da subito affermare con certezza che anche il fiorentino avrebbe preso le distanze dal machiavellismo. Il libro si apre con una prefazione inedita dell'autore che, con l'occasione della prima traduzione italiana, interroga ancora una volta il suo testo pubblicato nel 1989 a fronte di una congiuntura politica e di una riflessione filosofica radicalmente cambiate. L'opera di Senellart è stata resa disponibile ai lettori italiani non per puro amore di erudizione del curatore e traduttore, ma per una quanto mai necessaria problematizzazione dei concetti politici correnti, capace di portare alla radice le contraddizioni del modello democratico oggi prevalente nel mondo occidentale. L'autore si confronta in particolare con Giorgio Agamben e con le dinamiche che caratterizzano l'attuale crisi dei regimi politici democratico-rappresentativi, guidato da una intuizione semplice quanto efficace: ritornare alla genesi del concetto di ragion di Stato per capire l'oggi. Per operare fino in fondo questo ritorno critico sul presente è fondamentale aprire tutte le contraddizioni e entrare dentro le faglie filosofiche e politiche che attraversano la produzione intellettuale di Niccolò Machiavelli e il machiavellismo. Possiamo trovare l'obiettivo del lavoro di Senellart fin nelle prime pagine del suo libro: «[Si tratta] di mettere in questione il rapporto di filiazione comunemente stabilito tra le tesi del segretario (...)



Marcello Mollica, Diario dal Libano, Armando Siciliano Editore, Messina, 2007.


di Benedetta Panchetti


Otto anni dopo la prima pubblicazione, il diario dell’esperienza vissuta dall’autore durante la guerra dell’estate 2006 conserva intatta la sua utilità per comprendere la società libanese. Molti dei fattori socio-politici e culturali del conflitto descritti dall’autore, infatti, hanno assunto crescente rilevanza negli ultimi anni della storia libanese. Si pensi, in particolare, alla frammentazione della società lungo linee di demarcazione confessionali, da cui originano anche i principali partiti politici, che sono andati caratterizzandosi sempre più marcatamente come espressione degli interessi della comunità religiosa del leader; alla polarizzazione della scena politica tra le forze sciite alleate della Siria, e quelle sunnite, oppositrici al regime di Damasco, avviatasi nel 2005, all’indomani dell’attentato contro l’ex primo ministro Rafik Hariri e del ritiro delle truppe siriane dal territorio; all’incremento degli attentati suicidi come strumento della lotta politica tra queste due comunità, dopo che l’esplosione della guerra civile siriana ne ha acuito la contrapposizione negli ultimi quattro anni. Ad aver condotto Marcello Mollica nei villaggi nel Sud del Libano al confine con Israele, è stato proprio lo studio dei fattori socio-culturali che avevano spinto i militanti del “Partito di Dio” non solo a iniziare nel paese gli attentati suicidi dal 1983, ma anche a concepire il sacrificio come forma assolutamente legittima di martirio, all’interno della Jihad militante, e strumento privilegiato di azione politica e militare contro il nemico israeliano. Questo nonostante Hezbollah partecipasse, al contempo, al governo del paese. Fin dalle primissime pagine, la presenza in quest’area del paese di comunità cristiane, minoritarie in rapporto alla maggioranza (...)



Ilaria La Fata, Follie di Guerra, Unicopli, Milano, 2014


di Cecilia Boggio


Follie di guerra di Ilaria La Fata affronta il tema dei soldati che durante la prima guerra mondiale furono ricoverati negli ospedali psichiatrici. L’indagine parte dei dati e dai documenti che sono conservati nel manicomio provinciale di Colorno e ha il pregio di ricostruire un aspetto del conflitto che generalmente rimane in secondo piano, nonostante restituisca con drammaticità l’impatto di sofferenza, disagio e spaesamento che la guerra con la sua violenza inaudita produsse nella popolazione. Nel volume l’autrice riporta alla luce, con l’aiuto delle cartelle cliniche dei pazienti, una realtà rimasta nascosta a lungo di uomini straziati dagli spasmi del dolore fisico, ma anche dagli incubi e dai trasalimenti improvvisi, o spenti per sempre alla vita. La ricerca si colloca all’interno di quel filone di indagini che, anche attraverso micro-storie locali, mette a fuoco i profondi mutamenti prodotti dal conflitto sulla vita umana associata. Come gli studi di Antonio Gibelli ed Eric Leed hanno ampiamente approfondito, la Grande guerra ha prodotto trasformazioni oltre che sul piano politico, economico e sociale, anche sul piano dell’identità e della coscienza degli individui, traghettandoli nell’ingranaggio spesso alienante della modernità. Nei quattro anni tra il 1915 e il 1918 il piccolo manicomio di Colorno, paesino della provincia di Parma piuttosto lontano dal fronte dove da circa un quarantina di anni esistevano alcuni reparti psichiatrici, fu investito dalle conseguenze “psicopatologiche” del conflitto. La struttura non adeguata e carente, che in taluni aspetti ricordava più una prigione che un ospedale, dovette far fronte in questi anni alle difficoltà legate alle disposizioni di razionamento e alle necessità di ammodernamento e ampliamento degli edifici. La guerra influì inoltre anche sul personale maschile che venne progressivamente richiamato alle armi e ridotto, comportando l’aumento degli incarichi, l’intensificazione dei turni, nuove assunzioni a tempo prevalentemente femminili, e l’aumento delle conflittualità sociali interne. (...).