V (2014), 2 PDF Stampa E-mail


Modelli di sviluppo


Perché studiare "scienze per la pace"?

Sulle prospettive lavorative dei laureati in scienze per la pace: cooperazione internazionale e trasformazione dei conflitti


di Diego Battistessa


Perché studiare “scienze per la pace”? Qual è il valore aggiunto di un corso di laurea triennale che tratta, in forma interdisciplinare, tematiche legate al mondo della cooperazione internazionale? Quale può essere lo sbocco professionale di laureati che costruiscono nel loro percorso accademico un bagaglio culturale trasversale a diverse discipline e proprio di questa trasversalità ed eterogeneità vogliono fare il loro punto di forza? In una forma o in un altra, queste domande più che lecite sono quelle che il sottoscritto si è sentito rivolgere ripetutamente durante il proprio percorso universitario, che si è concluso a settembre 2012 con il conseguimento del titolo accademico. Vorrei, qui di seguito, provare a dare una risposta a queste o simili domande, a partire dalla mia diretta e personale esperienza lavorativa, iniziata a novembre 2013 proprio nell’ambito della cooperazione internazionale. La mia non vuole e non può essere (...)



Ritratti


Come Norbert Wiener divenne l’icona di una scienza pacifica e John von Neumann del suo opposto


di Leone Montagnini


L’immaginario mondiale del periodo più caldo della Guerra fredda, da Hiroshima all’inizio degli anni Sessanta, è caratterizzato da due opposte figure di scienziati. Da un lato c’è l’icona di uno scienziato anziano, cicciottello, barbuto, calvo e sorridente, una sorta di Babbo Natale. La ritroviamo in diversi film dell’epoca, come il prof. Hamilton, protagonista di un film del 1956 ormai dimenticato, Calabuig di Luis Garcia Berlanga. Esperto di armi nucleari e missili, Hamilton, stanco di lavorare per scopi bellici, si rende irreperibile e si rifugia in un villaggio spagnolo sul mare, dove, tra gente semplice ritrova l’agognata serenità, finché non viene riacciuffato dai militari del suo paese. Dall’altro lato c’è il dr. Stranamore del film del 1963 di Kubrick, consigliere del Presidente degli Stati Uniti e dei generali a 5 stelle, scienziato esperto di atomiche e di missili, nonché (...)



Guerre e conflitti


Da Vilnius a Sebastopoli. Storia di una crisi evitabile


di Elena Dundovitch


Mai così bene come in questo ultimo anno il termine Ucraina, che significa “vicino al confine”, si addice a questa “terra di frontiera” tra Occidente e Oriente divenuta oggetto di grande attenzione internazionale dopo la decisione del presidente Janukovič di non siglare l’accordo di associazione con l’Unione Europea e il conseguente scoppio delle manifestazioni in Piazza Majdan. Una terra considerata di frontiera in primo luogo per la collocazione geografica del paese divenuto teatro di scontro, ancora una volta come in altre occasioni del passato, di considerazioni geopolitiche antitetiche. Da un lato quelle dell’Unione Europea, in primis della Germania, e degli Stati Uniti che speravano – e sperano ancora – di attirare nella propria orbita il paese; dall’altro quelle della Russia che considera questo paese come facente parte della propria sfera di sicurezza. (...)



Crisi ucraina: il boomerang delle sanzioni europee


di Andrea Vento


La crisi ucraina, ha fornito ulteriore conferma degli strutturali limiti geopolitici che affliggono l'Ue relativi sia alla difficoltà di attuazione di strategie condivise che alla consolidata subalternità alle posizioni statunitensi. I paesi comunitari, divisi fra posizioni dialoganti e oltranziste, hanno assecondato la linea dello scontro frontale con Mosca sostenuta da Obama, facendosi trascinare nella spirale delle sanzioni economiche e dell'inasprimento delle tensioni militari con forniture al governo di Kiev ed esercitazioni effettuate nell'est europeo in prossimità dei confini russi. L’Ue avvia la spirale delle sanzioni il 17 marzo, con il varo delle prime misure restrittive contro 21 funzionari russi e crimeani ai quali viene applicato il bando del visto e il congelamento dei beni posseduti all’interno dei paesi europei, a cui fanno seguito il 29 aprile provvedimenti restrittivi contro 16 personalità russe, contemporaneamente all'introduzione di altre misure (...)



Crisi ucraina: empatia e dinamiche di guerra


di Giorgio Gallo


Leggendo gli articoli sulla crisi in Ucraina, colpiscono i riferimenti all'inizio della seconda guerra mondiale. “Rischiamo di ripetere gli errori fatti a Monaco nel '38” avrebbe detto il premier inglese Cameron agli altri leader europei, invitandoli a non cercare di placare Putin come era stato fatto con Hitler da Chamberlain. Si tratta in realtà di riferimenti del tutto incongrui. Incongrui perché la Russia di Putin non ha, fatte le debite proporzioni, la forza militare che aveva il Terzo Reich nell'Europa del 1938, ma soprattutto perché, malgrado ciò che si vuole far credere, la Russia non è un paese in fase di espansione geopolitica. Semmai è stata la NATO che dopo il crollo del muro di Berlino si è andata progressivamente espandendo. In un interessante saggio pubblicato sull'ultimo numero di Foreign Affairs, Mary Elise Sarotte, storica dell'University of Southern California (...)



Democrazia e diritti


The European crisis: between reality and misunderstandings


by Federico Quadrelli


In the last forty years we have seen an increasing gap between the growing importance of the European Union as an economic and political power and the participation of the EU citizens in the elections. The voter turnout has decreased from 62% in 1979, when the citizens of the member States voted for the European Parliament for the first time, to 43,09% in 2014, when the EU citizens voted knowing the candidates for the Presidency of the European Commission. There are many open questions concerning the reasons of this declining popularity. This article aims at investigating them by analyzing the parties and media communication, with a special focus on the role of nationalist propaganda within the general idea of a “crisis of the western democracies”. There is no other concept in political and social sciences that has acquired as much notoriety as (...)



A year of controversies on civil rights in the sport


by Tiziano Peccia


We are living through an intense and conflictual phase in world politics. Past events have thought that the Olympic Games and the World Cup have always been a theatre for diplomatic and ideological conflicts. The Cold War was defined as “cold” by George Orwell as it was fought not with weapons and open military conflicts, but rather in other social fields such as sports, culture, science, etc. Winning a medal at the Olympics has always been a status symbol to show the power and the superiority of a country. It is not a coincidence that China, the United States and Russia invest many economic resources to have excellent athletes. It is the same concerning football; Italy, Germany, and emerging countries the Latin American, have in football the key to spread sense (...)



Letture


Alfonso Sastre, Squadra verso la morte, a cura di Enrico Di Pastena, ETS, Pisa, 2013.


di Enrico Di Pastena


Squadra verso la morte è l’opera teatrale più nota, anche internazionalmente, del drammaturgo e saggista spagnolo Alfonso Sastre, un autore prolifico, poliedrico e longevo che nel suo paese ha vissuto una situazione paradossale per un uomo di teatro. Riconosciuto unanimemente dalla storiografia letteraria come una delle figure più significative del dopoguerra teatrale, al fianco di Antonio Buero Vallejo, a differenza di quest’ultimo Sastre è stato poco allestito sulle scene se si considerano l’ampiezza del suo corpus e dell’arco temporale della sua attività. Per spiegare questa contraddizione, occorrerà anzitutto richiamare il duro scontro che già negli anni Cinquanta, e con maggior nettezza nel decennio successivo, l’autore ha ingaggiato con la censura franchista. In effetti, Squadra verso la morte è la prima di numerose pièces di Sastre ad attirarsi, nel caso specifico dopo pochi spettacoli, le indesiderate attenzioni di un apparato censorio spesso incoerente e talvolta persino arbitrario, che proibisce integralmente la diffusione sui palcoscenici di alcuni testi o impone loro tagli e aggiustamenti, mostrandosi più preoccupato per le potenziali conseguenze delle messe in scena che per la circolazione a stampa delle opere teatrali. Ma la censura da sola non spiega tutto. Dovremo ricercare altre concause. Negli anni Sessanta, ad esempio, il fatto che gli impresari si guardassero dal rischio di collaborare con chi era così inviso, per le sue pagine e la sua attività pubblica, al regime e aveva finito per conoscere anche il carcere a causa della sua dissidenza. Negli anni Settanta, soprattutto dopo la scomparsa di Franco, bisogna invece considerare il diffondersi di nuovi orientamenti estetici, che già nel decennio precedente avevano inteso decretare la fine dei paradigmi realisti, frequentati non senza spirito critico, consapevolezza teorica e svariati correttivi da Sastre. Quegli orientamenti dal 1975 in poi privilegiano, in consonanza con la Transizione (...)