IV (2013), 3 PDF Stampa E-mail
Scritto da Federico Oliveri   


Armi e disarmo


Il rapporto conclusivo della commissione dell’ONU sull’impiego di armi chimiche in Siria: risultati e problemi aperti


di Alessandro Pascolini


La commissione dell’ONU istituita il 21 marzo 2013 per investigare sulle denuncie d’impiego di armi chimiche in Siria (Pascolini, 2013a) ha presentato il 12 dicembre 2013 il suo rapporto conclusivo (UN, 2013b), che riconferma l’uso di agenti chimici nella zona di Ghouta, come anticipato nel suo rapporto preliminare (UN, 2013a), e attesta l’impiego di gas nervino in 5 ulteriori eventi (fra i 16 segnalati), aprendo nuove inquietanti prospettive sulla gravità e crudeltà del conflitto in Siria e sullo stesso ruolo militare delle armi chimiche.La commissione, costituita sulla base del “meccanismo del segretario generale” (Pascolini, 2013a) con il compito di verificare l’effettivo impiego di agenti chimici, senza procedere alla ricerca delle responsabilità, era diretta da Åke Sellström e composta da 14 membri dell’Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche (OPCW) (con a capo Cairns Scott) e 5 membri dell’ Organizzazione mondiale della (...)



Armi chimiche in Siria: sviluppi e prospettive


di Alessandro Pascolini


L’ispezione ONU sugli attacchi chimici in Siria (Pascolini 2013) ha portato a una rapida successione di eventi estremamente importanti per la situazione locale, ma anche a livello internazionale. Dopo il ritorno degli ispettori, il 31 agosto 2013, il materiale raccolto nel sobborgo di Ghouta a Damasco è stato distribuito a quattro differenti laboratori per verifiche incrociate e il 13 settembre è stato reso noto il risultato delle analisi (UN General Assembly Security Council 2013). Il giorno prima la Repubblica Araba Siriana (RAS) aveva comunicato al Segretario generale dell’ONU (UN News Centre 2013a) di voler ottemperare in via provvisoria agli impegni previsti dalla Convenzione per la proibizione dello sviluppo, produzione, immagazzinamento e uso di armi chimiche e per la loro distruzione (CWC). Il 14 settembre la RAS ha poi effettivamente depositato (...)



Modello di sviluppo


Il sovraindebitamento: da problema individuale a questione sociale


di Enza Pellecchia


Il crescente livello di indebitamento delle famiglie sta trasformando un problema individuale in un problema collettivo, che suscita allarme sociale. La progressiva liberalizzazione del mercato del credito, i volumi ingenti di finanziamento al consumo, la riduzione delle prestazioni erogate gratuitamente dallo Stato sociale e il conseguente ricorso al credito ad alto tasso di interesse per soddisfare bisogni fondamentali, eventi inattesi come perdita del lavoro, malattia, separazioni coniugali, sono alcuni dei fattori che – come si vedrà – alimentano il sovraindebitamento. Molti paesi hanno da tempo affrontato la questione, e anche a livello della Comunità Europea va sempre più delineandosi la percezione dell’opportunità di una risposta unitaria, sia per evitare distorsioni nel mercato interno a causa delle differenti (...) [Research Paper n.19/2013]



Forum


I corpi civili di pace in Italia: dalla teoria alla pratica


La Legge di stabilità 2014 contiene un'interessante novità per gli studiosi e gli operatori di pace. Viene infatti finanziata, per i prossimi tre anni, la sperimentazione dei cosiddetti "corpi civili di pace" quale strumento di gestione nonviolenta di conflitti all'estero. Si tratta di una proposta storica del movimento italiano della pace, che finora non ha mai trovato la volontà politica necessaria per potersi tradurre in pratica. Per aiutare a fare chiarezza sulle potenzialità dei corpi civili di pace, ma anche sui limiti dell'attuale quadro normativo italiano e sulle sfide con cui devono confrontarsi le strategie di gestione nonviolenta e non armata dei conflitti, la rivista del Centro interdisciplinare Scienze per la Pace promuove un forum aperto di discussione sul tema. La redazione accoglierà, e valuterà per la pubblicazione, riflessioni e casi di studio che diano un contributo utile a trasporre i corpi civili di pace in Italia dall'ambito teorico a quello pratico, utilizzando al meglio l'opportunità fornita dalla Legge di stabilità 2014.


Arriva in Italia un “corpo civile di pace”?


di Pierluigi Consorti


Il 2014 si apre con una buona notizia: l’apertura della sperimentazione relativa ai cosiddetti “corpi civili di pace”, realizzata attraverso l’approvazione in sede parlamentare di un emendamento presentato dall’onorevole Giulio Marcon durante il dibattito sulla Legge di stabilità 2014, recepito dal Governo dopo una iniziale bocciatura, e quindi trasfuso nel testo della legge così approvata. Come spesso avviene in questa nostra Italia senza una politica degna di questo nome, si tratta di un risultato alquanto fortunoso. Frutto della caparbietà e dell’intelligenza di un deputato, la novità si iscrive purtroppo in un quadro complessivo desolante, specialmente in relazione al dibattito connesso alle politiche di pace. Del resto, anche l’approvazione della vigente legge sul Servizio civile nazionale è stata il frutto di un rush di fine legislatura. In questi casi (...)



Nove milioni per una nuova politica di pace nel mondo: quale?


di Antonino Drago


[Segnaliamo, col consenso dell'autore, un intervento apparso sulla Newsletter del Centro Studi Sereno Regis di Torino]. Nella recente legge di stabilità approvata dal Parlamento, sono stati inseriti 9 milioni in tre anni per "l’istituzione di un contingente di corpi civili di pace, destinati alla formazione e alla sperimentazione della presenza di 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto o nelle aree di emergenza ambientale”. Come utilizzarli per attuare una nuova politica di Pace, che sia esemplare nell’operare senza armi al fine di contribuire a risolvere i conflitti internazionali? Ma innanzitutto, come mai l’Italia si trova nella posizione del Paese leader mondiale nel proporre iniziative istituzionali per la Pace? Ha iniziato ad esserlo nel 1998 con la legge 230 sulla obiezione di coscienza, la quale prevedeva all’art. 8e una “istruzione e esercitazione di una difesa civile non (...)



Costruire Corpi Civili di Pace


di Martina Pignatti Morano


Nel dicembre 2013, a seguito di una faticosa e “spericolata” – a suo dire – mediazione, il deputato Giulio Marcon è riuscito a inserire nella Legge di Stabilità 2014 un emendamento che “autorizza la spesa di 3 milioni di euro per ciascuno degli anni 2014, 2015 e 2016, per l'istituzione in via sperimentale di un contingente di corpi civili di pace destinato alla formazione e alla sperimentazione della presenza di 500 giovani volontari da impegnare in azioni di pace non governative nelle aree di conflitto o a rischio di conflitto o nelle aree di emergenza ambientale” (legge 147/2013). Il finanziamento viene agganciato all'art.12 della legge sul servizio civile nazionale, che regola il servizio all’estero, coerentemente con il suo mandato di promuovere la “difesa della Patria con mezzi ed attività non militari” (legge 64/2001). Il 22 gennaio 2014 ci ha raggiunti un' (...)



Verso i Corpi Civili di Pace

Il Kosovo come paradigma di conflitto e di un lavoro sul campo


di Gianmarco Pisa


Dopo la guerra del Kosovo del 1998-1999, il processo di ricomposizione sociale e, in definitiva, di ripristino della fiducia è stato sviluppato, a più riprese e sulla base di mandati, profili di impegno ed ambiti di competenza diversi, tanto dai civili quanto dai militari. Tuttavia i compiti specifici di peace building (la costruzione di un processo di pace positiva, basato non solo sull'inibizione della violenza ma soprattutto sull'eradicazione delle radici della violenza, attraverso un lavoro di ri-costruzione del legame e di intervento sulle cause), di confidence building (l'azione di ripristino della fiducia attraverso le linee di separazione tra i contendenti, prima sulle singole comunità etnicamente connotate e quindi stimolando occasioni di condivisione, in modo da ri-collegare il tessuto della relazione, della comunicazione, dell'ascolto, della fiducia e ... )



 

Focus 1/2013 - Ripensare l'immigrazione dopo le stragi di Lampedusa


Immigrazione, dopo la strage di Lampedusa


di Marco Della Pina


Quella che vorremmo raccontare qui è una storia “giovane”, che ha soltanto 22 anni. È la storia dell’immigrazione in Italia, osservata dentro un quadro cronologico segnato da due eventi drammatici e simbolici: i giorni dell’agosto 1991 nel porto di Bari, con il più grande respingimento di immigrati nella storia italiana ed europea, ed il 3 ottobre 2013 davanti a Lampedusa, con centinaia di profughi in fuga da guerre e dittature morti annegati, e con i superstiti denunciati per il reato di clandestinità. Nel 1991 l’Italia era appena all’inizio della sua trasformazione da paese d’emigrazione in paese d’immigrazione. La presenza straniera, fino ad allora confinata in alcune élites occidentali, si stava arricchendo di nuove provenienze e professioni, di donne e uomini provenienti dall’est europeo e dal sud del mondo, attratti da un più dinamico mondo del lavoro industriale nel Nord-est, dai nuovi settori del lavoro domestico nelle grandi città, dalla veloce crescita del lavoro (...)



Italia paese d'immigrazione: l'invasione che non c'è


di Andrea Vento


Dopo la tragedia di Lampedusa del 3 ottobre scorso, nella quale sono morti a poche centinaia di metri dalla costa 366 eritrei in fuga dalle brutali persecuzioni del regime del proprio paese, si è levata un'ondata, spesso più di circostanza che realmente sentita, di sdegno e commozione. Sono seguiti propositi poco chiari e generici impegni a evitare in futuro simili tragedie, ben presto sfociati nelle ormai inevitabili polemiche sull’“emergenza invasione”, sollevate ad arte da coloro che hanno interesse a diffondere disinformazione, per alimentare strumentalmente paure infondate nella popolazione italiana al fine di trarne vantaggio politico. Cercare di fare chiarezza e ristabilire alcune verità in merito è quantomeno doveroso. Quando, in coro praticamente unanime, i media enfatizzano gli arrivi via mare di “persone disperate” stipate sulle cosiddette “carrette del mare”, alimentano con terminologie e storie tendenziose un allarme (...)



Frontex e i paradossi della retorica umanitaria


di Giuseppe Campesi


Le conseguenze politiche scatenate dalla tragedia di Lampedusa del 3 ottobre 2013, sono l’esempio di una dinamica tipica di quella “diplomazia delle migrazioni” che si è consolidata a livello europeo ormai da diversi anni. Gli Stati della sponda meridionale d’Europa sono infatti ciclicamente pronti ad invocare l’ennesima emergenza al fine di ottenere supporto materiale e finanziario dall’Unione, scontrandosi invariabilmente con le resistenze dei paesi settentrionali che, ricordando le ricche compensazioni finanziarie ricevute per il ruolo di frontiera esterna d’Europa che essi svolgono, invitano i primi ad un approccio più sistematico e meno emergenziale alla questione del controllo dei confini. Immediatamente dopo la tragedia, l’Italia ha subito investito della questione l'Europa (...)



 

Guerra ai migranti e alle migrazioni

Riflessioni critiche sull'Operazione Mare Nostrum


di Antonio Mazzeo


Un’azione di guerra dove nulla è stato lasciato al caso. Dal nome, Operazione Mare Nostrum, a indicare la piena sovranità su uno specchio d’acqua frontiera Nord-Sud, muro invalicabile per la moltitudine di diseredati in fuga da sanguinosi conflitti e inauditi ecocidi. Il Comando operativo, poi, assegnato al Capo di Stato Maggiore della Marina militare. E i mezzi aeronavali impiegati: cacciabombardieri, elicotteri da combattimento, navi da sbarco, fregate, sommergibili e, a bordo, i reparti d’élite delle forze armate. L’Italia torna a fare la guerra alle migrazioni e ai migranti nel Mediterraneo, sfruttando strumentalmente la tragedia accaduta a poche miglia da Lampedusa il 3 ottobre 2013. Allora morirono 364 tra donne, uomini e bambini senza che l’imponente dispositivo aeronavale nazionale, UE, NATO e extra-NATO che presidia ogni specchio di mare, facesse alcunché per soccorrere i naufraghi. Un’operazione militare e umanitaria (...)



Sbarchi e “accoglienza” in Sicilia

Come le istituzioni statali e regionali producono emergenza


di Fulvio Vassallo Paleologo


Il 28 febbraio 2013 veniva chiusa dal governo la cosiddetta “emergenza umanitaria Nord Africa” proclamata nel febbraio del 2011 dal Governo Berlusconi. II Ministro dell’Interno Cancellieri,con una nota del 18 febbraio scorso, comunicava quanto deciso in questo senso dal Tavolo di Coordinamento nazionale, inclusa la scelta di avviare percorsi di uscita dall’emergenza, che si sostanziavano nella concessione di una somma di danaro contante (in media 500 euro) ai singoli, abbandonandoli praticamente a loro stessi. I centri di accoglienza gestiti dalla protezione civile o da altri soggetti venivano chiusi, e molti rifugiati, spinti di fatto sulla strada, erano costretti a subire lo sfruttamento dei caporali per garantirsi la sopravvivenza, mentre altri si trasferivano in diversi paesi europei caratterizzati da sistemi di accoglienza e integrazione più efficaci. Secondo (...)



Per un'integrazione dal basso, dalla gestione all'auto-gestione

Storia del centro di accoglienza per richiedenti asilo e rifugiati di via Pietrasantina a Pisa


di Fabio Ballerini


“Il valore di una democrazia si misura in base al rispetto e all'attenzione che questa mostra verso gli ultimi” scriveva Nelson Mandela (1995). Chi sono gli ultimi nella nostra società? I senza voce, le categorie che, a causa della loro emarginazione sociale, vengono discriminate e poi da alcuni sfruttate e/o oppresse: migranti, rom, prostitute, persone transessuali e omosessuali, persone diversamente abili. Cosa li accomuna? L'esistenza di barriere culturali, sociali e spaziali che li tengono a distanza dalla società maggioritaria, li rendono invisibili e comunque indesiderati. Barriere che comportano la non conoscenza dell'Altro, che suscitano il timore per ciò che esso può essere o fare, e che conducono conseguentemente alla creazione di etichette e pregiudizi che solo in apparenza colmano questo vuoto di conoscenza, ma che di fatto dilatano le distanze (...)



Il Centro di accoglienza richiedenti asilo di Mineo: il simbolo di un fallimento


di Elio Tozzi


Il Centro di accoglienza per richiedenti asilo di Mineo, in provincia di Catania, rappresenta il simbolo del fallimentare sistema di accoglienza italiano. Immerso nelle campagne della piana di Catania, e lontano dai centri abitati, si trova l’ex Residence degli Aranci, un tempo lussuosa residenza delle famiglie dei militari statunitensi di stanza a Sigonella, oggi il più grande CARA esistente in Italia e in Europa. Istituito repentinamente nell’ambito della cosiddetta “Emergenza Nord Africa”, nel marzo del 2011, il CARA di Mineo è stato, sin dal principio, descritto come il fiore all’occhiello dell’accoglienza all’italiana, un modello da esportare in Europa. Allo stesso tempo è stato definito ghetto, prigione dorata, inferno a 5 stelle, limbo. Attualmente ospita (...)



Democrazia e diritti


Quale libertà nel tempo del controllo globale delle informazioni?

Alcune riflessioni sul “caso Snowden”


di Federico Quadrelli


Libertà, democrazia, sicurezza, privacy. Sono alcune tra le parole più controverse, ma anche più dense di significato, che vengono utilizzate nelle scienze sociali e nel discorso pubblico, mediatico e politico, contemporaneo. Da secoli sulla definizione e la messa in pratica dei concetti di “libertà” e “democrazia” si sono impegnati, con posizioni e risultati diversi, intellettuali e militanti. Per difendere libertà e democrazia si sono combattute guerre di resistenza, per preservarle e realizzarle si sono scritte le costituzioni moderne. Oggi, la tranquillità dei Paesi occidentali ha reso la maggioranza dei cittadini poco sensibili, e forse inconsapevoli, rispetto al fatto che i pericoli per la democrazia e la libertà non sono affatto svaniti, malgrado l’assenza di una guerra (...)



Razzismi e antirazzismi


Razzismo scientifico: cattiva scienza, molti pregiudizi


di Anna Maria Rossi


Per secoli si è tentato di definire dei criteri “oggettivi” per classificare le persone umane, per fornire supporto ad un razzismo scientifico, che afferma che la naturale diversità biologica tra gli individui o tra le popolazioni si riflette nelle gerarchie sociali o etniche. Questo falso paradigma, che ha avuto pesanti conseguenze sul piano politico e socio-culturale, è basato su presupposti ideologici che mirano a giustificare le disuguaglianze e a legittimare la tesi della superiorità dei “bianchi”, e quindi del loro diritto di sopraffazione su altri gruppi umani. Sulla base di questo pregiudizio il razzismo scientifico è riuscito ad avallare molteplici forme di discriminazione, per creare e perpetuare un ordine sociale, in cui le classi dominanti hanno mantenuto privilegi e diritti, a danno delle classi subalterne. Nella storia il cosiddetto “razzismo scientifico” è servito da pretesto per giustificare (...)



Letture


Bridget Anderson, Us & Them? The Dangerous Politics of Immigration Control, Oxford University Press, Oxford, 2013.


di Federico Oliveri


Negli ultimi vent’anni si è consolidato in Europa il consenso intorno alle politiche di controllo dell’immigrazione promosse in modo trasversale da governi conservatori e progressisti, spesso sotto la pressione di movimenti populisti e di estrema destra. Si è affermata una gestione delle frontiere di tipo securitario, altamente selettiva e punitiva, in deroga agli obblighi degli Stati in materia di diritti umani, costruendo una gerarchia globale della mobilità assai svantaggiosa per chi è nato nel Sud del mondo e dispone di poche risorse. Sono state introdotte norme sull’accesso al welfare e alla cittadinanza sempre più ispirate a criteri di rigore, di ‘merito’ e di appartenenza identitaria alla comunità nazionale. Sono aumentati i controlli sui migranti ‘irregolari’ e sono state adottate regole più dure per la detenzione amministrativa e le espulsioni. Le contraddizioni tra queste politiche e i principi garantisti e democratici dell’ordinamento costituzionale sono state neutralizzate: le leggi sull’immigrazione vengono presentate come colour-blind, ispirate all’interesse nazionale e basate su presunti dati di fatto, e soprattutto vengono giustificate come risposta alla ‘domanda di sicurezza’ dei cittadini. Xenofobia e sciovinismo sono stati così ammessi tra gli argomenti politici legittimi, dando luogo a un nuovo tipo di ‘razzismo democratico’: milioni di ‘non-cittadini’ vivono in condizioni di subordinazione, senza che ciò susciti dubbi nella maggioranza della popolazione. L’ultimo libro di Bridget Anderson, Us & Them? The Dangerous Politics of Immigration Controls, prende le mosse dal consenso di cui godono oggi i controlli migratori, per riaprire la discussione sui rischi collettivi di questo paradigma e sulla possibilità di costruire alternative praticabili. L’autrice si concentra sul caso del Regno Unito, ricostruendo le recenti strategie governative e le tendenze storiche di lungo periodo in tema di migrazioni e ‘relazioni razziali’, e facendo opportuni riferimenti (...)